La nostra esperienza è fatta di potenzialità e di limiti, di scelte soddisfacenti e di fragilità evidenti. Il breve testo di padre Ermes Ronchi è un invito a pregare la Parola del Vangelo con uno sguardo di concretezza sulla realtà che non nega il fallimento ma incontra, al tempo stesso, il perdono che dá speranza. In questo modo ci facciamo Pellegrini di speranza con i nostri giovani e tutti i giovani del mondo che sono a Roma in questi giorni per il Giubileo con Papa Leone XIV.
Il Signore non convoca eroi nel suo Regno, bensì uomini e donne veri. Penso allora alla mia fragilità non come a un ostacolo, ma come a una opportunità di speranza. Gesù non si scaglia mai contro la fragilità, bensì contro l’ipocrisia dei pii e dei potenti.
Pietro, dopo la pesca miracolosa, dice a Gesù: “Allontanati da me, perché
sono un peccatore” (Lc 5,8). Gesù ha una reazione bellissima; non dice: “Non è vero, non sei peccatore, non più degli altri”. Non lo giudica, non lo umilia, ma neppure minimizza o lo assolve. Fa un’altra cosa. Pronuncia una parola: “Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini” (5,10). Ed è il futuro che si apre, il futuro che conta più del presente e di tutto il passato. “D’ora in poi sarai”, e il bene possibile domani vale più del male di ieri e di oggi. La tua vocazione conta più della tua fragilità. Il peccato rimane, il peccato tornerà, ma non può essere il mio alibi per allontanare Dio, per evitarlo, per non impegnarmi con lui. Non temere, anche la tua barca va bene! Anche la tua vita va bene per il Vangelo.
Anche la tua zattera e anche quando fa acqua. E le ferite del peccatore risanato appaiono davanti a Dio non però come ferite, ma come segni di onore (Giuliana di Norwich). Gesù rialza, dà fiducia, conforta la vita, ma poi la incalza: resterai peccatore, ma diventerai pescatore di uomini. E anche la barca di chi non ha preso nulla può riempirsi, per la sua parola, non per il mio talento. Il miracolo del lago non sono le barche riempite di pesci, non sono neppure le barche abbandonate per seguire il Maestro. Il miracolo grande è Gesù che non si lascia impressionare dai miei difetti, che non è deluso dalle mie labbra impure, che non ha paura dei miei peccati, ma mi affida il Vangelo; e proprio là dove mi ero fermato mi fa ripartire. “Allontanati da me”, aveva detto Pietro. E invece si allontanano, sì, ma insieme, e verso un mare più grande. Allora anch’io posso dire: “Credo in te, Signore, perché tu credi in me. Ti do fiducia, perché tu mi dai fiducia. Ho speranza, perché tu hai speranza in me. Seguirò i tuoi passi, perché sulla mia barca hai voluto salire”. Gesù non cerca in me il giusto che non so se riuscirò mai a essere. Cerca quella debolezza che è in me radicale, originaria, fontale, fatale.
Vuole impadronirsi della mia debolezza profonda, quella che è a monte di tutti i miei peccati. E lì vuole incarnarsi come lievito, come sole, come fuoco, come spirito dentro la creta, come pace nella tempesta. E questo mi dà speranza, e fiducia, perfino in me stesso.


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